Le nuove tecnologie hanno un impatto
enorme sul modo di pensare, di riflettere e di apprendere. E quanto
prima avviene l'impatto con queste, tanto più è profondo. Le espressioni "nativi digitali" e "immigrati digitali" distinguono la società odierna. Secondo la prima definizione i nativi digitali nascerebbero con la diffusione di massa dei PC a interfaccia nel 1985 e dei sistemi operativi
a finestre nel 1993. Il nativo digitale crescerebbe in una società
multischermo e considererebbe le tecnologie come un elemento naturale,
non provando alcun disagio nel manipolarle e interagire con esse.
Per contro l'espressione immigrato digitale si applicherebbe ad una persona che è cresciuta prima delle tecnologie digitali e le ha adottate in un secondo tempo.
CLASSE NATIVI DIGITALI: USO DELLE TECNOLOGIE
CLASSE NATIVI CARTACEI: USO DEI LIBRI DI TESTO
mercoledì 24 maggio 2017
sabato 29 aprile 2017
L'educazione nella Grecia antica
Educazione nella Grecia antica – I Greci chiamavano l’educazione paidéia (da pais,
“fanciullo”). Tale educazione doveva plasmare il corpo e l’anima del
giovane, formandolo a quelle che sarebbero state le sue fondamentali
funzioni pubbliche: quella di cittadino (in quanto tale destinato alla
politica) e quella di soldato (in quanto tale destinato alla guerra). La
paidéia non comprendeva solo l’istruzione scolastica, ma
proseguiva per tutta la vita del cittadino, che si formava anche nelle
assemblee, nei tribunali, nelle feste religiose, nei teatri. Maestro di questa educazione “permanente” era la polis stessa. Il modello educativo applicato variava da polis a polis ma, anche in questo campo, Sparta e Atene rappresentavano esemplarmente due modelli contrapposti.
Il modello educativo di Sparta – I bambini e le
bambine trascorrevano i primi anni di vita tra le pareti domestiche,
affidati alla madre e, nelle famiglie che potevano permetterselo, a una
nutrice quasi sempre di condizione schiavile.
All’età di sette anni, bambini e bambine lasciavano le proprie famiglie e passavano sotto il controllo di un funzionario statale preposto alla gioventù, il paidonòmos, ossia «prefetto dei fanciulli». Raggruppati per età, essi imparavano a socializzare, a rispettarsi reciprocamente, a emulare i migliori, a ubbidire ai compagni più grandi, armati di frusta, cui era affidata la guida del gruppo, a sottomettersi a una disciplina durissima. Errori e cedimenti comportavano punizioni severe e discredito presso i compagni, e potevano costare anche la vita. I fanciulli venivano forniti di un’unica veste e di un unico mantello per tutto l’anno, con cui dovevano affrontare anche il rigido clima invernale. Dovevano fabbricarsi da soli i propri giacigli con erbe e giunchi. Ricevevano pasti molto scarsi, così da abituarsi a sopportare il digiuno. Venivano impartiti loro rudimenti di lettura e scrittura, mentre le attività atletiche venivano privilegiate.
A Sparta questa formazione era perfettamente funzionale agli obiettivi dello Stato: il fanciullo doveva divenire un soldato, pronto a battersi fino alla vittoria o alla morte, la fanciulla una madre forte e coraggiosa.
Finito il corso di formazione, a coronamento dell’ultima tappa di questo duro percorso formativo, un limitato numero di ragazzi spartani era sottoposto al rito della krypteia: il giovane, portando con sé solo un pugnale e il necessario per mangiare, veniva allontanato dalla città. Di giorno si disperdeva in luoghi nascosti, di notte andava a caccia di iloti, per attaccarli e ucciderli a scopo di addestramento militare.
All’età di sette anni, bambini e bambine lasciavano le proprie famiglie e passavano sotto il controllo di un funzionario statale preposto alla gioventù, il paidonòmos, ossia «prefetto dei fanciulli». Raggruppati per età, essi imparavano a socializzare, a rispettarsi reciprocamente, a emulare i migliori, a ubbidire ai compagni più grandi, armati di frusta, cui era affidata la guida del gruppo, a sottomettersi a una disciplina durissima. Errori e cedimenti comportavano punizioni severe e discredito presso i compagni, e potevano costare anche la vita. I fanciulli venivano forniti di un’unica veste e di un unico mantello per tutto l’anno, con cui dovevano affrontare anche il rigido clima invernale. Dovevano fabbricarsi da soli i propri giacigli con erbe e giunchi. Ricevevano pasti molto scarsi, così da abituarsi a sopportare il digiuno. Venivano impartiti loro rudimenti di lettura e scrittura, mentre le attività atletiche venivano privilegiate.
A Sparta questa formazione era perfettamente funzionale agli obiettivi dello Stato: il fanciullo doveva divenire un soldato, pronto a battersi fino alla vittoria o alla morte, la fanciulla una madre forte e coraggiosa.
Finito il corso di formazione, a coronamento dell’ultima tappa di questo duro percorso formativo, un limitato numero di ragazzi spartani era sottoposto al rito della krypteia: il giovane, portando con sé solo un pugnale e il necessario per mangiare, veniva allontanato dalla città. Di giorno si disperdeva in luoghi nascosti, di notte andava a caccia di iloti, per attaccarli e ucciderli a scopo di addestramento militare.
Il modello educativo di Atene – Completamente diverso era il percorso formativo ed educativo ad Atene.
Fino a sette anni, il fanciullo rimaneva in casa; della sua istruzione se ne occupavano i genitori oppure veniva affidato a un pedagogo (“colui che conduce il fanciullo”), in genere uno schiavo più istruito degli altri, che gli insegnava a leggere, a scrivere e a far di conto. Si scriveva su tavolette spalmate di cera (o a volte su semplici cocci) utilizzando uno stilo di metallo o d’avorio. A partire dal IV secolo a.C. si incominciarono a utilizzare fogli di papiro, sui quali si scriveva con una cannuccia appuntita chiamata kálamos e intinta nell’inchiostro (da cui il nostro “calamaio”). A sette anni, il fanciullo passava alla scuola del grammatico, il quale insegnava i primi rudimenti della letteratura e della retorica, basandosi soprattutto sui poemi omerici, per lo più da imparare a memoria. Verso i dodici anni iniziava a seguire i corsi di musica dal citarista; si imparavano a suonare strumenti a corda, come la cetra e la lira, e a fiato, come l’aulós, una sorta di flauto a due canne.
Fino a sette anni, il fanciullo rimaneva in casa; della sua istruzione se ne occupavano i genitori oppure veniva affidato a un pedagogo (“colui che conduce il fanciullo”), in genere uno schiavo più istruito degli altri, che gli insegnava a leggere, a scrivere e a far di conto. Si scriveva su tavolette spalmate di cera (o a volte su semplici cocci) utilizzando uno stilo di metallo o d’avorio. A partire dal IV secolo a.C. si incominciarono a utilizzare fogli di papiro, sui quali si scriveva con una cannuccia appuntita chiamata kálamos e intinta nell’inchiostro (da cui il nostro “calamaio”). A sette anni, il fanciullo passava alla scuola del grammatico, il quale insegnava i primi rudimenti della letteratura e della retorica, basandosi soprattutto sui poemi omerici, per lo più da imparare a memoria. Verso i dodici anni iniziava a seguire i corsi di musica dal citarista; si imparavano a suonare strumenti a corda, come la cetra e la lira, e a fiato, come l’aulós, una sorta di flauto a due canne.
Pur con uno spazio molto più ridotto che a Sparta, l’educazione fisica
aveva anche in Atene un’importanza essenziale: centrale è infatti,
nella mentalità greca, l’idea che lo sviluppo dell’intelletto e quello
fisico debbano procedere di pari passo. La ginnastica veniva praticata
sia dai ragazzi sia dagli adulti, nei ginnasi, che comprendevano palestre e spogliatoi (“palestra”, in greco, si dice appunto gymnásion). La ginnastica aveva anche un preciso obiettivo civile: quello di preparare gli atleti per i giochi e per la guerra.
In merito alle fanciullle ateniesi c’è da fare una precisazione: soltanto in qualche raro caso di famiglia benestante le venivano insegnati rudimenti di lettura e di musica.
In merito alle fanciullle ateniesi c’è da fare una precisazione: soltanto in qualche raro caso di famiglia benestante le venivano insegnati rudimenti di lettura e di musica.
Il sistema formativo conobbe ad Atene una svolta nel corso del V secolo a.C. con la comparsa dei sofisti,
insegnanti itineranti e lautamente pagati che istruivano i rampolli
delle famiglie benestanti in molte discipline, ma sopratutto nell’arte
del discorso, o retorica.
Il sapere che essi impartivano ai giovani allievi si prefiggeva come
fine la formazione del cittadino capace di partecipare attivamente alla
vita della polis. Un insegnamento aperto a chiunque fosse in
grado di pagarlo, quindi anche ai nuovi ceti in ascesa, non chiuso alla
ristretta cerchia dei giovani aristocratici.
venerdì 21 aprile 2017
L'educazione nel medioevo
Frequentare
la scuola è diventato per i bambini e i ragazzi di oggi un gesto
normale della vita quotidiana. Ovviamente la scuola non è sempre stata
così come noi oggi la conosciamo. Anzi spesso in passato i bambini non
frequentavano neppure la scuola, ma venivano educati in casa da
precettori privati, quando la famiglia era in condizioni economiche tali
da poterselo permettere. Se si trattava di nuclei familiari più poveri,
era spesso la madre che si incaricava di istruire i figli, se era in
grado di farlo.
Il
Medioevo conobbe nei dieci secoli della sua durata, diverse forme di
istruzione e di scuole. Alcuni tipi di scuole medievali sono
sopravvissuti fino ad oggi, anche se hanno subito molte trasformazioni
nel corso dei secoli. Altre invece oggi non esistono più. Innanzitutto
dobbiamo tenere presente che nel Medioevo l’istruzione scolastica era un
lusso che non tutti potevano permettersi e non era obbligatoria.
Nel Medioevo l’autorità pubblica non sempre aveva la capacità per organizzare scuole obbligatorie e gratuite, accessibili ai bambini di ogni classe sociale.
Nell'Alto Medioevo (dal 476 fino all'anno 1000), fu soprattutto la Chiesa a occuparsi dell’educazione dei giovani. Le scuole avevano quasi sempre sede all'interno dei monasteri.
Questo avveniva perché erano stati i monaci a conservare e tramandare la cultura non solo cristiana, ma anche classica, greca e latina, nei difficili secoli delle invasioni barbariche, seguiti alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. I monaci amanuensi ricopiavano con cura i codici antichi e il loro lavoro ha permesso la conservazione di molte opere che altrimenti sarebbero andate perdute.
All’interno dei monasteri si distinguevano due tipi diversi di scuole. Una era chiamata schola exterior, ed era destinata a bambini, sia ricchi che poveri, che vivevano con le loro famiglie nei paesi circostanti e ogni giorno andavano a scuola presso il convento. L’altra era detta schola interna. Qui venivano educati i cosiddetti "oblati". Gli oblati erano bambini e bambine che all’età di sei o sette anni venivano ‘donati’ dai genitori a un monastero. Tra le mura del chiostro iniziavano la loro istruzione e qui rimanevano tutta la vita dopo aver pronunciato i voti.
La scelta dei genitori segnava per sempre la vita del figlio, al quale naturalmente non veniva chiesto alcun parere. Nonostante l’impegno dei monaci nella trasmissione del sapere, nell’Alto Medioevo la maggior parte della popolazione era priva di qualsiasi istruzione.
Carlo Magno: la rinascita culturale
Carlo Magno
diede grande impulso alla diffusione di istituzioni scolastiche. Carlo
Magno, re dei Franchi dal 768, era divenuto imperatore nella notte di
Natale dell’anno 800. Il suo regno era chiamato Sacro Romano Impero,
perché Carlo pur essendo cristiano, si considerava l’erede degli
imperatori di Roma. L’imperatore non aveva ricevuto da ragazzo una
istruzione particolarmente accurata. La leggenda lo ritiene addirittura
analfabeta, cioè totalmente incapace di leggere e scrivere:
probabilmente questo non era del tutto vero. Carlo sapeva leggere e far
di conto, ma aveva enormi difficoltà nella scrittura, anche perché a
quel tempo scrivere era una operazione molto più complicata e molto meno
frequente di quanto non sia al giorno d’oggi. Nonostante ciò promosse
l’uso di un nuovo tipo di scrittura, antenata dei nostri caratteri di
stampa, detta appunto "carolina".
Era
però un uomo molto interessato alla cultura. Sotto il suo regno ci fu
una rinascita culturale e furono fondate molte scuole, sia all’interno
dei monasteri che presso le chiese cattedrali delle maggiori città
dell’Impero. Inoltre attorno alla corte del re si formò una accademia,
chiamata schola palatina, diretta dal monaco anglosassone Alcuino.
L’accademia palatina era destinata all’educazione dei principi e dei giovani aristocratici, che lì apprendevano l’arte militare e il governo del popolo. Fu anche un attivo centro di studi di alto livello, di cui fecero parte alcuni dei maggiori intellettuali europei dell’epoca. Purtroppo questa istituzione non sopravvisse a lungo dopo l’887, anno della deposizione di Carlo il Grosso, ultimo successore di Carlo Magno.
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| San Girolamo nello studio |
Nel Medioevo l’autorità pubblica non sempre aveva la capacità per organizzare scuole obbligatorie e gratuite, accessibili ai bambini di ogni classe sociale.
Nell'Alto Medioevo (dal 476 fino all'anno 1000), fu soprattutto la Chiesa a occuparsi dell’educazione dei giovani. Le scuole avevano quasi sempre sede all'interno dei monasteri.
Questo avveniva perché erano stati i monaci a conservare e tramandare la cultura non solo cristiana, ma anche classica, greca e latina, nei difficili secoli delle invasioni barbariche, seguiti alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. I monaci amanuensi ricopiavano con cura i codici antichi e il loro lavoro ha permesso la conservazione di molte opere che altrimenti sarebbero andate perdute.
All’interno dei monasteri si distinguevano due tipi diversi di scuole. Una era chiamata schola exterior, ed era destinata a bambini, sia ricchi che poveri, che vivevano con le loro famiglie nei paesi circostanti e ogni giorno andavano a scuola presso il convento. L’altra era detta schola interna. Qui venivano educati i cosiddetti "oblati". Gli oblati erano bambini e bambine che all’età di sei o sette anni venivano ‘donati’ dai genitori a un monastero. Tra le mura del chiostro iniziavano la loro istruzione e qui rimanevano tutta la vita dopo aver pronunciato i voti.
La scelta dei genitori segnava per sempre la vita del figlio, al quale naturalmente non veniva chiesto alcun parere. Nonostante l’impegno dei monaci nella trasmissione del sapere, nell’Alto Medioevo la maggior parte della popolazione era priva di qualsiasi istruzione.
Carlo Magno: la rinascita culturale
![]() |
| Alcuino intento a scrivere. Miniatura. |
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| Esempio di scrittura carolina (miniatura del XII secolo) |
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| Miniatura del IX secolo che ritrae Alcuino di York e Rabano Mauro |
L’accademia palatina era destinata all’educazione dei principi e dei giovani aristocratici, che lì apprendevano l’arte militare e il governo del popolo. Fu anche un attivo centro di studi di alto livello, di cui fecero parte alcuni dei maggiori intellettuali europei dell’epoca. Purtroppo questa istituzione non sopravvisse a lungo dopo l’887, anno della deposizione di Carlo il Grosso, ultimo successore di Carlo Magno.
giovedì 9 marzo 2017
Collegamento tra il film "stella" e la motivazione
Nel film, Stella è una ragazzina che viene trasportata in una realtà completamente diversa dalla sua: inizia a frequentare una scuola media di enorme importanza, in cui tutti gli alunni provengono da famiglie ricche, mentre lei proviene da una famiglia poco istruita e a cui non interessa molto l'andamento scolastico della figlia. Questa ragazzina si ritrova in una situazione in cui si sente un pesce fuor d'acqua, in cui capisce poco o niente le spiegazioni dei professori e combinati con lo scarso interesse che la famiglia nutre nei suoi confronti, Stella è fortemente demotivata. La sua salvezza è stata Gladys, una sua compagna di classe (l'unica che le rivolge la parola) che la sprona a studiare e l'aiuta. Grazie all'amica, la motivazione della ragazzina sale ed infine riesce ad essere promossa a fine anno.
STELLA E GLADYS
COPERTINA FILM
STELLA E GLADYS
COPERTINA FILM
martedì 28 febbraio 2017
Motivazione e studio
In psicologia si parla di motivazione per indicare le ragioni per le quali si compie un'azione. Il passaggio dalla motivazione all'azione tuttavia può essere particolarmente complicato. Per questo Kuhl ha distinto tra orientamento motivazionale centrato sull'azione (tipico di chi agisce con decisione) e un orientamento motivazionale centrato sulla situazione (tipico di chi resta intrappolato nell'indecisione). I bisogni che spingono all'azione sono diversi, ma alcuni studiosi come Maslow ne hanno fornito una classificazione mettendo in rilievo il peso dei bisogni non materiali.
Il nostro comportamento è influenzato anche dal modo in cui spieghiamo ciò che accade. Si parla di attribuzione interna o locus of control interno quando il soggetto attribuisce a se stesso la responsabilità o il merito di quanto avviene. Si parla invece di attribuzione esterna o locus of control esterno quando il soggetto attribuisce a fattori esterni (fortuna, aiuto degli altri, circostanze) le ragioni del successo o insuccesso. Lo studioso Bernard Weiner sostiene che, in base al diverso tipo di attribuzione, la reazione delle persone agli eventi cambia sensibilmente.
In ambito scolastico lo stile attributivo influisce sul rendimento scolastico: chi ha fiducia nei propri mezzi èdestinato ad avere un rendimento scolastico migliore. Non è da trascurare il giudizio dei docenti, infatti il loro giudizio, le loro aspettative e convinzioni modificano le prestazioni degli allievi (o viceversa gli studenti si conformano a tale giudizio).
Le motivazioni sono distinte in intrinseche, quando sono radicate negli interessi del soggetto, ed estrinseche, quando coincidono con premi, regali, apprezzamento da parte di amici e genitori. In ambito scolastico sono soprattutto le motivazioni intrinseche a garantire un successo prolungato. Oltre alle motivazioni un ruolo determinante è svolto dallo stato d'animo: la fiducia o la paura possono indurre il successo o l'insuccesso.
giovedì 9 febbraio 2017
Insegnanti e allievi
All'interno della classe, docente e allievi rivestono status e ruoli differenti. Con "status" si intende la posizione occupata; con "ruolo" il comporamento che deriva da tale posizione. Lo status comporta una collocazione gerarchica: in base a questa, il docente detiene un potere e una responsabilità. La pedagogia contemporanea però assegna piuttosto al docente una funzione di direzione e guida. Gli allievi, a loro volta, oscillano tra il rispetto delle regole (a cui si collega il successo scolastico) e l'influenza dei coetanei (da cui dipende l'accettazione del gruppo dei pari). Anche il docente può trovarsi in una situazione di conflitto, dovendo scegliere tra tre modelli di comportamento: guida dominante (autoritaria), guida antiautoritaria (lassista), guida autorevole (democratica).
La vita di un adolescente e di un bambino si svolge tra famiglia e scuola, e proprio l'ingresso a scuola rappresenta un primo grande cambiamento con rischi di disagio nella vita familiare, se la famiglia non sa aprirsi adeguatamente all'esterno, concedendo più spazio ai figli e accettando le influenze esterne. Il sovrasistema scolastico, a sua volta, deve articolarsi "gestendo" la vita di soggetti diversi -allievi, docenti, personale non docente-, ciascuno dei quali portatore di una propria realtà.
Il docente dovrà essere in grado di gestire la propria emotività, evitando il sovraccarico emotivo che può prendere un aspetto patologico (il burn out, una sensazione di ineguatezza). Inoltre, deve evitare le situazioni di "doppio legame", nelle quali fornisce agli allievi indicazioni o disposizioni contraddittorie.
giovedì 2 febbraio 2017
Metacognizione
La metacognizione
è la consapevolezza e insieme la capacità di riflettere sui propri
stati interni: affettivi, cognitivi ed emotivi. Tale capacità è
strettamente legata alla teoria della mente
che invece è l’abilità di comprendere la mente altrui, evitando così di
confondere il proprio mondo interno con quello delle altre persone.
Queste due funzioni rappresentano un sistema di monitoraggio che regola
il comportamento sociale e affettivo. Grazie al loro corretto sviluppo
il bambino giunge a comprendere la relazione tra eventi e stati
affettivi, arrivando a definire il significato dell’esperienza emotiva.
Ne consegue che sarà anche capace di associare il nome corretto alle emozione e a comprenderne la natura contestuale e transitoria.
Didattica metacognitiva
La metacognizione non è legata esclusivamente alla sfera affettiva, ma anche a quella cognitiva. Molte ricerche mettono in relazione queste competenze con l’apprendimento. Si è così giunti alla nascita della didattica metacognitiva guidata dalle conoscenze sul funzionamento cognitivo e delle variabili psicologiche sottostanti l’apprendimento (come l’autoefficacia e la motivazione). L’obiettivo finale è raggiungere e sostenere l’autoconsapevolezza e l’autoregolazione. I percorsi didattici portano a comprendere come ottenere le informazioni dall’ambiente circostante e come vengono utilizzate: gli studenti dovrebbero diventare sempre più autonomi nella gestione del pensiero senza applicare schemi di pensiero rigidi e stereotipati.
Fonte: crescita-personale
sabato 28 gennaio 2017
La comunicazione nell'attività educativa
L'attività educativa a scuola si presenta come uno scambio comunicativo attraverso un dialogo.
La comunicazione educativa è innanzitutto una trasmissione di informazioni tra un mittente (insegnante) e un ricevente (studente). La comunicazione non è un processo unidirezionale ma segue una dinamica circolare nella quale mittente e ricevente si scambiano i ruoli: lo studente che ascolta l'insegnante reagisce con domande, cenni del capo, espressioni del viso e diventa a sua volta un mittente di un messaggio che il docente riceve. L'allievo non è un recettore passivo di informazioni, infatti nella comunicazione educativa deve esserci un dialogo basato sulla partecipazione attiva di entrambi gli interlocutori.
Per evitare che il messaggio originario venga alterato nella percezione del destinatario è necessaria la metacomunicazone esplicita: il ricevente dichiara di aver compreso il messaggio facendone una rielaborazione. Nell'attività educativa è l'insegnante a sollecitare la metacomunicazione utilizzando la funzione metalinguistica ( Roman Jakobson ) che consiste nel verificare se il codice adottato viene inteso correttamente dal ricevente.
E' particolarmente importante che l'insegnante o educatore, in quanto adulto "facilitatore" del processo di insegnamento/apprendimento verifichi le modalità e l'efficacia della propria comunicazione.

INTERAZIONE
VERIFICA
venerdì 20 gennaio 2017
Kurt Lewin
BIOGRAFIA
Nacque nel villaggio di Mogilno (oggi in Polonia).
La famiglia era di origine ebraica, e già allora le condizioni di vita
degli ebrei tedeschi non erano semplici. Trasferitosi con la famiglia a
Berlino, dove frequentò il Liceo classico, si iscrisse
inizialmente a Medicina, salvo poi trasferirsi dopo un anno alla
facoltà di Filosofia dell'università di Berlino. Qui entrò in contatto con la filosofia dell'atto di Brentano,
da cui trasse alcuni spunti per lo sviluppo del suo pensiero futuro (in
particolare la rivalutazione dell'importanza delle emozioni e della
volontà nella comprensione dei comportamenti). Prima di poter discutere
la tesi Lewin fu chiamato al fronte, condividendo il destino di molti
ebrei tedeschi, prima chiamati a combattere per la patria tedesca, e poi
da questa sacrificati. Durante questo periodo Kurt Lewin
produsse un breve saggio in cui, anticipando il concetto di "campo", che
sarà poi cardine della sua psicologia, descrisse come la percezione dei
luoghi e dei paesaggi cambiasse, nella mente dei soldati, a seconda
della vicinanza o della distanza dal fronte. Tornato a Berlino e
laureatosi con una tesi di non eccezionale interesse, rimase
nell'ambiente accademico berlinese, dove venne a contatto con la
filosofia di Cassirer e con la scuola della Gestalt di Köhler, Kurt Koffka e Max Wertheimer . Fu quindi professore di filosofia e psicologia presso la stessa Università di Berlino dal 1926.. Partecipò alla prima fase della scuola di Francoforte, presso l'Istituto di studi sociali, fino a che, con la presa del potere di Hitler, molti membri si trovarono costretti ad emigrare.
Nel 1933 Lewin emigrò negli USA, dove fu accolto
dalla Cornell University. Fu infine anche ad Harvard ed al MIT. Parallelamente, fu ricercatore e consulente presso numerose istituzioni pubbliche e private, con colleghi si erano riuniti attorno al Research Centre for Group Dynamics, che egli diresse fino alla morte, nel 1947. Notevole fu poi la sua collaborazione con l'amica Margaret Mead,
assieme alla quale, lavorò per conto del Governo
degli Stati Uniti a quello che sarebbe poi rimasto come il suo più
importante lavoro, quello sul mutamento delle abitudini alimentari delle famiglie.
PENSIERO
Il concetto base di Lewin è quello di ricerca-azione, esso identifica una sequenza scientifica
composta da pianificazione dell'azione e verifica dei suoi possibili
effetti. Tale sequenza, sviluppandosi nel tempo secondo un movimento a spirale,
caratterizza il percorso scientifico. Lo stesso concetto indica anche
un'impostazione che qualifica
chi partecipa a un intervento collettivo in un'integrazione di azione,
formazione e ricerca.
Dal punto di vista puramente scientifico e anche dal punto di vista
sociale, sono necessari occhi e orecchie. Infatti gli osservatori sociali devono essi
stessi essere formati a una percezione sociale attiva, perché si occupano di un campo di fenomeni che non possono essere studiati senza interagire con essi.
Compare già qui una delle ambiguità inscritte nel concetto: il termine azione
indica un momento della sequenza sperimentale, ma anche e forse ancor
di più, il coinvolgimento del ricercatore e dei suoi colleghi nel campo
sociale, il loro impegno nel processo, il fatto che essi partecipino
alla risoluzione dei problemi sociali e non soltanto ai problemi di conoscenza.
La fedeltà di Lewin al processo sperimentale non gli impedisce di
lavorare in situazioni dove la sua traduzione nella pratica è
impossibile, per esempio laddove si vuole aiutare una comunità locale ad
affrontare i conflitti con (o tra) le sue minoranze.
Con Ronald Lippitt, egli riunisce gli attori per realizzare degli studi sul campo e propone il concetto di community self-survey (comunità auto-scrutante).
In situazioni di consulenza, la conduzione della ricerca finisce per applicare quelle regole democratiche,
conformi ai valori di cui si era voluta dimostrare la pertinenza
sociale e psicologica in esperienze divenute celebri. Secondo Lewin
stesso, la ricerca-azione è sia un metodo di ricerca
teorico-sperimentale, sia una ricerca sull'efficacia relativa di diverse
forme d'azione, sia una ricerca diagnostica per preparare una strategia
d'azione, sia un'occasione di diffondere, promuovere o democratizzare
il processo scientifico attraverso una formazione di vari attori sociali
ancorata alla prassi, associandoli a precisi momenti del processo di
ricerca.
↓
Kurt Lewin
Fonte: Wikipedia
mercoledì 18 gennaio 2017
La civiltà empatica
"Ad un certo punto ci renderemo conto
che condividiamo lo stesso pianeta, che siamo tutti coinvolti e che le
sofferenze dei nostri vicini, non sono diverse dalle nostre" -Rifkin
"L'empatia é la mano invisibile, é cio che permette alla nostra sensibilità di allinearsi a quella altrui"
https://www.youtube.com/watch?v=3kVRSA-hP1k → video civiltà empatica italiano
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